Due vite salvate, una lezione per tutta l’Italia. Il dottor Giuseppe Colangelo: «La cultura del primo soccorso deve diventare un patrimonio di tutti»

Le due persone salvate da un arresto cardiaco grazie al tempestivo intervento dei presenti e all’utilizzo di un defibrillatore automatico esterno (DAE), come raccontato dal quotidiano Il Dolomiti, non rappresentano soltanto una buona notizia di cronaca. Sono la dimostrazione concreta che investire nella cultura del primo soccorso significa salvare vite umane.

I due episodi descritti dal giornale altoatesino hanno un denominatore comune: cittadini preparati, capaci di riconoscere immediatamente l’arresto cardiaco, attivare i soccorsi e utilizzare il defibrillatore prima dell’arrivo del personale sanitario. Un risultato che non nasce dal caso, ma da anni di formazione, sensibilizzazione e diffusione della cardioprotezione sul territorio.

Una realtà che, purtroppo, non è ancora uniforme in Italia.

A sottolinearlo è il dottor Giuseppe Colangelo, medico di origini calabresi, da anni residente e attivo in Campania, tra i principali promotori della cultura della cardioprotezione nel nostro Paese.

«Quando leggo notizie come questa», afferma, «la prima emozione è la gioia per due vite salvate. Ma subito dopo penso a ciò che ha reso possibile questi interventi: una comunità preparata. Nessuno improvvisa un massaggio cardiaco efficace o utilizza un defibrillatore senza che, prima, qualcuno abbia investito nella formazione dei cittadini. È questo il vero valore della notizia.»

Da oltre vent’anni il dottor Colangelo affianca all’attività medica un intenso lavoro di divulgazione. Ha promosso progetti di cardioprotezione, corsi di formazione, iniziative nelle scuole, campagne di sensibilizzazione e collaborazioni con istituzioni, associazioni e amministrazioni locali, con un obiettivo preciso: diffondere la cultura del primo soccorso e rendere il defibrillatore uno strumento familiare a tutti i cittadini.

Ma il suo impegno non si limita all’attività formativa.

Nel corso della sua carriera professionale è stato protagonista anche di numerosi interventi di emergenza che hanno contribuito a salvare vite umane. Gli è capitato di prestare soccorso a persone colpite da arresto cardiaco lungo le strade, durante i suoi spostamenti in motocicletta, ma anche a bordo di treni, su aerei e perfino in aree di servizio autostradali, trovandosi casualmente nel luogo in cui l’emergenza si stava verificando.

«Sono esperienze che mi hanno segnato profondamente», racconta. «Ogni volta ho avuto la conferma che un arresto cardiaco può verificarsi ovunque, senza alcun preavviso. Su una strada, in una stazione, durante un viaggio, in un aeroporto o in un’area di servizio. Ed è proprio per questo che non possiamo pensare che il primo soccorso sia competenza esclusiva dei sanitari. I primi minuti appartengono ai cittadini.»

Per Colangelo, però, questi interventi non rappresentano un motivo di protagonismo personale.

«Non mi interessa essere ricordato per le vite che ho contribuito a salvare. Mi interessa che, domani, siano sempre di più i cittadini capaci di fare la stessa cosa. Il successo non è quando interviene un medico per caso. Il vero successo è quando una persona comune riconosce l’emergenza, inizia il massaggio cardiaco e utilizza un DAE senza paura.»

Da questa convinzione è nato Defib Rider, il personaggio ideato dal medico calabrese per promuovere il primo soccorso attraverso una comunicazione diversa da quella tradizionale.

Defib Rider è un misterioso motociclista che indossa una maschera a forma di teschio, simbolo della sfida alla morte cardiaca improvvisa. In sella al suo Caballero 500 rosso fiammante, con un defibrillatore sempre al seguito, percorre l’Italia partecipando a eventi, incontri pubblici e iniziative di formazione.

Non è un supereroe.

È un simbolo.

Un modo nuovo per parlare di prevenzione, coinvolgere soprattutto i più giovani e dimostrare che la cardioprotezione riguarda tutti.

«La maschera incuriosisce, la moto attira l’attenzione, ma il messaggio è uno solo», spiega Colangelo. «Il vero protagonista non è Defib Rider. Il vero protagonista è il cittadino che decide di formarsi e che, nel momento del bisogno, trova il coraggio di intervenire.»

Il progetto nasce proprio dall’esperienza maturata sul campo.

Ogni intervento effettuato, ogni vita salvata, ogni corso di formazione hanno rafforzato nel medico una convinzione precisa: la cultura del primo soccorso deve diventare patrimonio comune dell’intero Paese.

«Non possiamo accettare», sottolinea, «che esistano territori dove la cardioprotezione è ormai una realtà consolidata e altri dove la formazione è ancora insufficiente. Non può esserci un’Italia che sa salvare una vita e un’altra che resta a guardare. Il mio sogno è che episodi come quelli raccontati da Il Dolomiti diventino la normalità ovunque, dal Nord al Sud.»

Per il dottor Colangelo il problema non è soltanto installare nuovi defibrillatori.

«Un DAE appeso a una parete non basta. Servono persone preparate, consapevoli e pronte ad agire. La vera cardioprotezione nasce dalla cultura del primo soccorso. È quella che fa la differenza tra una tragedia e una vita restituita alla sua famiglia.»

Le storie raccontate da Il Dolomiti rappresentano dunque un modello da seguire. Non perché siano eventi straordinari, ma perché dimostrano ciò che accade quando una comunità sceglie di investire nella prevenzione e nella formazione.

È questa la missione che il dottor Giuseppe Colangelo continua a portare avanti, anche attraverso Defib Rider: percorrere l’Italia per diffondere una nuova cultura della cardioprotezione, abbattere le differenze territoriali e fare in modo che ogni cittadino, ovunque si trovi, abbia le conoscenze e il coraggio necessari per diventare il primo anello della catena della sopravvivenza.

Perché, come ama ripetere lo stesso Colangelo, «davanti a un arresto cardiaco non esistono Nord e Sud, non esistono regioni più fortunate di altre. Esiste una sola Italia: quella che deve imparare a salvare una vita.»

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