Da specchio dei Mondiali alla crisi nostrana, Giovanni Alessandro: “Il sistema non costruisce più campioni, abbiamo bandito il dribbling”

I Mondiali di calcio 2026 si sono chiusi nel segno delle lingue neolatine, con una finalissima in mondovisione che ha visto la Spagna laurearsi neo campione del mondo (fino al 2030) superando i campioni in carica dell’Argentina. Un match equilibrato risolto dalla maggiore freschezza iberica e da una perfetta gabbia tattica a quadrilatero che ha letteralmente “ibernato” Leo Messi.

Mentre il mondo celebrava le Furie Rosse, l’Italia ha assistito all’ennesimo grande torneo da separata in casa. Per analizzare questo profondo declino strutturale, la redazione del quotidiano L’Italiano ha intervistato Giovanni Alessandro, noto allenatore, formatore di giovani calciatori e autore del volume “Campioni non solo si nasce, ma lo si può anche diventare – L’Arte del Dribbling” (Titani Editori, con prefazione dell’ex c.t. della Nazionale Dilettanti Fausto Silipo). Un tecnico lontano dalle logiche del semplice “selezionatore”, convinto che il talento possa e debba essere educato attraverso una formazione tecnica personalizzata.

Di seguito, la testata giornalistica L’Italiano riporta l’intervista integrale e senza filtri.

L’intervista integrale a Giovanni Alessandro

Giornalista: Mister Alessandro, l’Italia resta fuori dai Mondiali. Che significato attribuisce a questo fallimento? Come interpreta il fallimento?

Giovanni Alessandro: «Non parlerei di sorpresa. È il risultato di problemi che il nostro calcio si porta dietro da anni. Quando una Nazionale come l’Italia manca un appuntamento così importante, non si può ridurre tutto a un episodio o a una generazione meno brillante. Significa che il sistema non produce più abbastanza giocatori pronti per competere ai massimi livelli. Sarebbe un errore considerarlo soltanto un incidente di percorso. Quando una nazionale con la storia dell’Italia resta fuori da un Mondiale, significa che esiste un problema strutturale. Non basta cambiare un commissario tecnico o qualche dirigente. Bisogna avere il coraggio di ripensare l’intero sistema della formazione calcistica.»

Giornalista: C’è chi sostiene che, viste le corazzate e le grandi potenze presenti a questo Mondiale (come Argentina, Francia, Spagna, Inghilterra, Brasile e Portogallo), forse sia stato meglio evitare una partecipazione destinata a concludersi con una brutta figura. Condivide questa lettura?

Giovanni Alessandro: «No, è un ragionamento che non condivido. L’Italia deve avere l’ambizione di confrontarsi sempre con i migliori. Se iniziamo a pensare che sia meglio restare a casa perché gli altri sono più forti, abbiamo già perso prima di scendere in campo. Semmai questa esclusione deve diventare uno shock salutare. Può essere il momento in cui il calcio italiano decide finalmente di cambiare. Una nazionale come l’Italia deve sempre partecipare ai Mondiali. È vero che oggi esistono squadre fortissime, ma la storia insegna che il calcio italiano ha sempre saputo competere con chiunque quando possedeva organizzazione, qualità tecnica e mentalità vincente. Rinunciare a confrontarsi significherebbe accettare una mentalità da comprimari, e questo non appartiene alla nostra tradizione. Paradossalmente, però, questa mancata qualificazione potrebbe trasformarsi in un’occasione positiva se venisse vissuta come un punto di ripartenza e non come un semplice fallimento.»

Giornalista: Mister Alessandro, il suo libro “Campioni non solo si nasce ma lo si può anche diventare” sostiene una tesi controcorrente: il campione può essere formato e costruito. È davvero così, andando contro l’idea del talento innato?

Giovanni Alessandro: «Assolutamente sì. Il talento naturale esiste, ma da solo non basta. Ho visto ragazzi dotatissimi fermarsi molto presto e altri, apparentemente normali, crescere fino a livelli impensabili grazie al lavoro quotidiano. È chiaro che esistono predisposizioni naturali, ma il talento, se non viene coltivato, rischia di andare perduto. Al contrario, un ragazzo con qualità normali ma allenato con il metodo giusto, seguito nella crescita tecnica, mentale e caratteriale, può raggiungere livelli molto elevati. È proprio questa la filosofia del mio libro: smettere di aspettare il fenomeno e iniziare a costruirlo. Il problema è che oggi si cerca il talento già pronto, invece di formarlo.»

Giornalista: Secondo lei, dove si sbaglia nelle scuole calcio e quali sono le cause principali della crisi del calcio italiano?

Giovanni Alessandro: «Ne vedo diverse. Innanzitutto si dedica troppo poco tempo alla formazione tecnica individuale. Nelle scuole calcio spesso prevalgono il risultato della partita del sabato e gli schemi tattici, mentre si trascura la crescita del singolo calciatore che giocherà tra dieci anni. Si lavora poco sui fondamentali, sul controllo orientato, sul dribbling, sull’uno contro uno, sulla sensibilità del piede. Ogni allenamento dovrebbe migliorare il singolo, non soltanto la squadra. In secondo luogo manca la personalizzazione dell’allenamento: ogni ragazzo è diverso, e le caratteristiche fisiche, psicologiche e tecniche richiedono percorsi differenti. Infine si concede sempre meno spazio alla creatività. Oggi molti giovani imparano a non sbagliare, mentre dovrebbero imparare ad avere il coraggio di inventare.»

Giornalista: Uno dei temi centrali del suo volume è proprio il recupero dell’arte del dribbling, al quale dedica molta attenzione. Perché?

Giovanni Alessandro: «Per anni abbiamo privilegiato sistemi tattici sempre più rigidi, sacrificando fantasia e iniziativa personale. Il dribbling è diventato quasi un difetto, ma non è un esercizio estetico. Rappresenta la libertà del calciatore: è la capacità di risolvere una situazione individualmente, rompere gli equilibri della partita, creare superiorità numerica, costringere l’avversario a cambiare assetto e cambiare il ritmo del gioco. Se togliamo questa libertà ai ragazzi, togliamo anche fantasia e personalità. Dobbiamo ritrovare il piacere del gesto tecnico.»

Giornalista: Quali sono, concretamente, i rimedi per riportare il calcio italiano ai vertici mondiali?

Giovanni Alessandro: «Le priorità sono molto chiare.

  • Primo: investire seriamente nei vivai.
  • Secondo: formare allenatori specializzati nella crescita tecnica individuale.
  • Terzo: aumentare il tempo dedicato ai fondamentali, al controllo di palla, al dribbling, alla coordinazione e alla tecnica applicata.
  • Quarto: dare fiducia ai giovani anche nel calcio professionistico. Se un ragazzo non gioca, non cresce.
  • Quinto: creare un collegamento stabile tra scuole calcio, società dilettantistiche e club professionistici affinché il talento non venga disperso.

Infine bisogna restituire centralità alla persona: prima del calciatore viene il ragazzo, con i suoi sogni, le sue paure e il suo percorso umano.»

Giornalista: La prefazione del suo libro, curata da Fausto Silipo, richiama l’importanza delle piccole società calcistiche come autentico vivaio nazionale. Quanto sono decisive?

Giovanni Alessandro: «Sono fondamentali. È proprio nei piccoli centri che spesso nascono i migliori talenti. Lì gli allenatori conoscono davvero i ragazzi, li seguono ogni giorno e li aiutano a crescere senza pressioni eccessive. Le grandi società dovrebbero collaborare molto di più con queste realtà, che rappresentano il primo anello della filiera del calcio italiano. È dai vivai che nasce il futuro della Nazionale.»

Giornalista: È ottimista sul futuro?

Giovanni Alessandro: «Sì, purché si abbia il coraggio di cambiare. Il talento italiano non è scomparso. Va semplicemente cercato meglio, formato con maggiore competenza e accompagnato nella crescita con pazienza. Il messaggio del mio libro è semplice ma profondo: i campioni possono nascere, ma soprattutto possono diventarlo. Se il nostro calcio tornerà a credere nella formazione, nella tecnica e nella valorizzazione dei giovani, l’Italia potrà tornare protagonista nel panorama mondiale. I successi non arrivano per caso: si costruiscono giorno dopo giorno, sui campi di allenamento, con metodo, competenza e passione.»

Articoli correlati

Ultimi articoli